La dignità?! Tanta roba!

Nei nostri reparti si rivivono scene e situazioni non sempre piacevoli che da sempre hanno caratterizzato la nostra bellissima professione. La comunicazione con i pazienti, le battute nei corridoi, la condivisione del pasto durante il turno di notte. Purtroppo si ripetono anche scene di prepotenza nei confronti degli studenti, a volte da parte di coloro che dovrebbero “dare il buon esempio”. Può succedere che l’infermiera anziana ti porga la chiavetta per la macchinetta del caffè e, mentre si è intenti a misurare la pressione arteriosa ad un paziente,  dica “vai a prendere il caffè per la dottoressa!”. Può capitare anche di sentire affermazioni poco simpatiche nei confronti degli stranieri, pronunciate davanti a cittadini non comunitari. Infine può capitare di sentire il paziente di una certa età rivolgersi all’infermiera tirocinante con toni e battute che risulterebbero opportune solo in un contesto di bunga bunga.

Ripercorrendo il cammino tracciato in un secolo abbondante di professionalità, si potrebbe anche domandarsi se a tutto questo si può porre rimedio. Ma rivediamo prima quante cose sono cambiate.

L’infermiere è evoluto da semplice personale addetto alle pulizie e all’ascolto delle persone(prima di Florence Nightingale), a braccio esecutivo del medico, a figura professionale con determinati compiti(mansionario), per giungere infine a figura professionale con proprie competenze e una certa autonomia che è membro attivo dell’equipe di assistenza.  A chi ci ordina di servire il medico potremmo rispondere che non rientra nelle nostre competenze o più direttamente che siamo professionisti atti all’assistenza sanitaria e non al servizio di ristorazione.

La legge italiana proibisce discriminazioni per lingua, religione o etnia di appartenenza. Il rispetto per la persona che abbiamo davanti è una cosa imprescindibile, e se si dovesse mancare di rispetto magari sulla scia di qualche ideologia politica di appartenenza, si potrebbe fare una rapido salto nel passato e rievocare l’accoglienza riservata ai migranti italiani che nell’800 si imbarcavano per cercare di far fortuna in America. Allo sbarco venivano etichettati come “mafiosi”. Pertanto una rapida riflessione ci potrebbe rasserenare e magari aiutarci a far ragionare chi li sente come diversi.

Infine, in una società come la nostra in cui i media ci  bombardano con figure stereotipate e falsi miti, non mi sorprende che i pazienti di prendano la libertà di fare battute poco opportune all’infermiera che li sta assistendo, magari davanti all’equipe medica e di strizzare l’occhiolino in modo complice quando questa li guarda attonita. Non intendo assolutamente fare del moralismo, né parlare di politica, ma solo sottolineare che il Collegio non ha fatto delle grandissime proteste quando è emerso che nei festini presso la villa del Premier Berlusconi, le sue ospiti giravano con costumi hard da infermiera. E’ pur vero che agli albori la nostra professione è stata svolta da prostitute che venivano “salvate” dalla strada e riabilitate a svolgere lavori più dignitosi dietro compenso.  Ma nel momento in cui si concede che una figura professionale venga minimizzata e stereotipata dove va la dignità dell’infermiere? Penso a tutte quelle donne che si fanno i turni di notte e che quando tornano a casa devono gestire la famiglia, che si impegnano sul lavoro e che riesce a strappare un sorriso ai pazienti.  Penso che un uomo, una donna, un’infermiera/e non si limiti a quello che una società può inculcare nella testa  della gente, ma semplicemente si realizzi nei valori e nella dedizione che mette in ciò che fa. Forse è arrivato il momento di iniziare a farci valere per quello che siamo.  Chiara

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