Il volto umano dell’assistenza: il tirocinante. Parlare di noi il 12 Marzo.

L’estate scorsa, fermo su una banchina, guardavo distrattamente il mare. Delle navi mercantili lo solcavano, spostando grandi quantità d’acqua, che andavano lentamente ed inesorabilmente ad infrangersi sulla banchina ai miei piedi. Ad un tratto, immerso nella mia cullante distrazione, una strana idea prese a martellare la mia povera ed impreparata mente: “e se togliessimo tutte le navi, grandi o piccole, del mondo dal mare cosa succederebbe?”. Una risposta ad una tale domanda, tanto bizzarra quanto inutile, non credo ci sia. Forse non dovrebbe esserci nemmeno la domanda. D’altronde quando un’idea si insinua fra le pieghe del pensiero ed il tempo a disposizione è troppo per non far altro che dedicarlo a cose tanto futili da diventare indispensabili (d’altronde non c’è nulla più indispensabile del superfluo!) è dura non abbandonarsi, non lasciarsi andare all’ozio del pensare, così, anche sul niente. Vi chiederete questo cosa cavolo ha a che fare con la giornata dell’infermiere. Nulla. O forse molto. Dipende dai punti di vista. Provate a seguirmi.

Torniamo al mare e alle sue navi. Se, per assurdo, togliessimo tutte le navi dal mare voi cosa credete potrebbe succedere? Magari avremmo più spiaggia a disposizione nelle assolate domeniche jesolane/sottomarinensi. Forse i nostri amici venexiani dovrebbero usare meno gli stivali. Comunque, in definitiva, tralasciando le implicazioni ecologico-climatiche,  secondo me, il livello del mare scenderebbe, e di parecchio!

Ora, la mia nuova domanda è: “e se togliessimo tutti i tirocinanti infermieri dai reparti, lasciando soli e sperduti i nostri fratelli maggiori, gli infermieri, cosa succederebbe?”. Beh, vi sembrerà impossibile, ma secondo me, la risposta è la stessa: il livello scenderebbe, e di parecchio! Certo si tratta di un altro livello. Quello assistenziale. Vi sembra un’idea tanto campata in aria? Forse non saremo preparati dal punto di vista tecnico come i nostri fratelloni. Forse non avremmo la loro esperienza e magari nemmeno il loro intuito. Tuttavia, anche sostituendo i forse con un certamente, l’idea non mi sembra così idiota. Sì perché questo strano connubio tra infermiere esperto e il futuro professionista della salute riesce laddove l’esperienza, l’intuito e la competenza tecnico-professionale non arrivano, o comunque a volte non bastano. Grazie al tirocinante, emergono altre fondamentali doti: l’umanità, la compassione (nel senso etimologico del termine) e la famigerata (!) empatia. Quanti di voi si son sentiti ringraziare da un paziente “semplicemente” per aver regalato un sorriso, per aver scambiato qualche parola, per aver offerto del tempo? Vi pare poco? Per me no. Per caso non siamo formati ad offrire un’assistenza olistica? Non ci viene forse insegnato a trattare il paziente non come un organo/una malattia, ma come una persona considerata nel suo essere fisico, psichico e sociale? Se così è non credo che, ad oggi, ci sia una figura paragonabile al tirocinante infermiere. Presunzione? Forse un po’, ma dettata dall’orgoglio. I nostri fratelli maggiori infatti si trovano spesso nelle condizioni di non poter svolgere in toto il loro ruolo a causa di una serie infinita di contingenze e motivazioni (che però in questo momento non rappresentano il focus del discorso. Stiamo parlando di noi e se ne parla sempre troppo poco; rimaniamo concentrati per favore!). In questo “vuoto” assistenziale arriviamo noi. Noi che ci dedichiamo con pazienza al paziente che esprime un disperato bisogno di essere ascoltato. Noi che impegniamo il nostro prezioso tempo a soddisfare (o quantomeno ce la mettiamo tutta, forti delle conoscenze apprese nei laboratori di comunicazione e di emozioni!) le esigenze relazionali e spirituali di pazienti e familiari, psicologicamente delicati, che necessitano di un volto amico a cui confidare paure celate, a volte, persino a sé stessi. Noi che dobbiamo combattere ogni giorno anche con le nostre paure: il timore di essere inadeguati, di non riuscire ad eseguire correttamente una procedura, di riuscire ad eseguirla correttamente, salvo poi scoprire che lì non si fa così (!); la paura di trovarsi di fronte al dolore insopportabile di una figlia che si rende conto che sta per perdere la madre…Noi, tirocinanti infermieri, “bocia de bottega”, con il nostro entusiasmo, la nostra vitalità, e sì anche con le nostre inevitabili lacune, siamo la componente che più di ogni altra umanizza la medicina e l’assistenza sanitaria. Io, quando mi immagino infermiere, vorrei avere un tirocinante al mio fianco. Non solo perché lo manderò a prendermi il caffè (!) o perché si offrirà “volontario” nel sistemare il carrello o per fare qualche clisma a piccolo/grande/grandissimo volume (con tutti gli annessi e i connessi). Ma soprattutto perché riuscirà ad integrare la mia assistenza quando sarò troppo preso da un carico di lavoro che non mi permette di dedicare tutto il tempo che vorrei ai miei pazienti. Noi, tirocinanti infermieri, siamo per i nostri infermieri esperti quello che Robin era per Batman, quello che Jigen e Goemon erano per Lupin, quello che Watson era per Sherlock Holmes, quello che Wilson è per il Dottor House (in attesa, naturalmente di diventare i Batman, i Lupin, gli Holmes e gli House di turno!).

Ma tutto questo cosa c’entra con la festa dell’infermiere? C’entra eccome! C’entra perché se in un prossimo futuro il 12 Marzo sarà anche la nostra festa, adesso una festa nostra non c’è! E dopo tutto quello che passiamo tra reparti e aule, non credete sia giusto avere un giorno dedicato a noi?! Io credo proprio di si! Un giorno non solo per saltare una lezione o un turno, ma soprattutto per far conoscere al mondo che esistiamo e che non siamo superflui ma indispensabili! Perché alla fine, se è vero come è vero che non c’è nulla più indispensabile del superfluo, è anche vero che non c’è nulla di più superfluo del non avere l’indispensabile, ossia NOI, il volto umano dell’assistenza infermieristica, i tirocinanti supereroi!

Andrea

One Comment to “Il volto umano dell’assistenza: il tirocinante. Parlare di noi il 12 Marzo.”

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