Verso l’approdo

Febbrile. Il periodo che mi separa dall’esame di tirocinio lo definirei febbrile. Avete presente quello stato di febbricola che vi logora l’animo e le ossa, perché tutti i movimenti sono fastidiosi, la mente è offuscata e fate fatica a tenere gli occhi aperti? Ecco, così è lo stato psicologico in cui mi trovo in questa settimana. Consapevole di avere la mia terapia a portata di mano, mi lascio trascinare dall’inerzia della sfibrante attesa. Come da prescrizione assumo quotidianamente la mia dose di pagine di Brunner (sacro testo, faro sicuro per gli studenti di infermieristica), le mie gocce di appunti conservati negli anni (e mai gettati, né svenduti), le compresse di dispense di corsi e approfondimenti. Si tratta di consolidare nozioni che già sono state assimilate dalla mia mente e tuttavia non sembrano abbastanza. Soprattutto non sembrano dare l’effetto desiderato: una forte, sicura tranquillità d’animo. È vero che lo stato di allerta aiuta,ma questa non è allerta. È intensa, erosiva attesa. Il confronto con gli altri non allevia questa “sofferenza”: con i compagni il rischio è quello di aumentare i dubbi,le paranoie e la nevrosi collettiva; con i “non addetti ai lavori” passi per uno studente logorroico e isterico (più simile ad uno zombie nell’aspetto); i familiari vedono il decadimento dell’umore e delle prestazioni domestiche. Questo esame è come una porta e non sai se aprirla dolcemente, bussando con garbo (cercando una chiave che ti accorgi di aver lasciato a casa), o spingere con tutte le tue forze irrompendo con la tua personalità e le tue conoscenze: in entrambi i casi potresti incorrere in una catastrofe. Dopo la porta pochi altri gradini per diventare il professionista della salute che tanto desideri, pochi passi per concretizzare tre anni di impegno,lavoro, sacrificio, pochi piccoli sforzi prima dire “è fatta!”. Spunto i giorni dal calendario per vedere più reale l’avvicinarsi della data: non è solo un esame come un altro. È il cuore delle ambizioni di tre anni, è la prova che tutto ciò che hai maturato può essere raccolto. Pensi di impazzire in quest’attesa snervante, pensi che sarebbe più facile mollare tutto e andare altrove, invece c’è qualcosa che ti trattiene, che non ti permette di lasciar perdere, ma anzi ti da quella spinta necessaria per alzare la testa e continuare. Ripensi a tutto quello che hai fatto: le abilità che hai acquisito, le conoscenze che hai appreso, la persona e il lavoratore che stai diventando. Non tutto risplenderà di luce meravigliosa (ognuno ha i suoi coni d’ombra) ma certo potrai fare un’analisi critica di cosa portare dentro di te e dimostrare. L’incontro con i pazienti ti ha arricchito, credo di sì. La relazione con i familiari ti ha fatto capire l’importanza della tua posizione. Gli infermieri che ti hanno “preso in carico” ti hanno sicuramente lasciato un segno, nel bene o nel male. Ci hanno sempre detto che porteremo nel nostro essere infermiere tutte le caratteristiche di quelli che abbiamo avuto come “allenatori”. Le caratteristiche che noi abbiamo scelto di conservare e riproporre secondo la nostra interpretazione. E intanto,in preda a queste riflessioni, continuo febbricitante ad assumere la mia terapia quotidiana.

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