Cronache marziane: i miei primi mesi come infermiera

Voglio essere sincera e non fare critiche distruttive che non servono a niente a fanno solo alzare la pressione del sangue e aumentano la secrezione di acidi gastrici. No. Voglio raccontarvi un’esperienza, la mia, dopo quasi due mesi di lavoro come infermiera, la professione che ho scelto e che (visti i tempi) ho la fortuna di esercitare. L’inizio, sono onesta, è stato dei più traumatici: nessuno mi aveva detto cosa avrei trovato. Certo ero consapevole che sabato,domeniche e feste varie le avrei passate in reparto e questo non è mai stato un problema per me. Certo mi rendevo conto che era finito il tempo in cui,da studente, avevo le “spalle coperte” dall’infermiere che mi seguiva. Certo sapevo che mi era richiesta professionalità, impegno e una certa velocità nell’adattarmi e imparare. Quello che non era certo, e che non immaginavo era che sarei stata l’infermiera di 70 pazienti su tre piani contemporaneamente. Bella bomba di notizia! Diciamo che il primo giorno senza affiancamento me lo ricorderò per tutta la vita e mi servirà per dirmi “se hai superato quella giornata, puoi superare qualsiasi cosa”. Poi con i giorni sono entrata nel meccanismo, ed è brutto da scrivere e ancor di più da dire: entrata nel meccanismo. Come se fossimo in un’enorme macchina che va avanti perché ognuno tira una leva, butta carburante, olia gli ingranaggi. No! Noi facciamo assistenza ci occupiamo di persone, persone che non sono in condizione di gestirsi da sole. Così in un paio di notti insonni ho ripassato tutto il mio percorso universitario (percorso tra l’altro ignorato dalla maggior parte di colleghi che ho trovato) e ho realizzato che non potevo entrare nel meccanismo dello standard, della sequenzialità. Che anche se i tempi e l’organizzazione del lavoro prevedevano una certa meccanicità,potevo trovare un qualcosa che rendesse il lavoro esattamente per quello che è, esattamente per quello che mi è stato insegnato e che dovrebbe essere. E che non riesco a descrivere a parole: perché l’infermiere oggi deve avere un valore aggiunto (parlo di professione, non di singole persone). Grazie alla formazione ricevuta, grazie alla responsabilità che ha acquisito nel tempo, grazie alle lotte che ha portato avanti, il valore aggiunto c’è e dovrebbe essere riconosciuto meglio dalle istituzioni e dalla società. Ecco perché vi parlerò di O., una signora di 80 anni, ricoverata nel posto dove lavoro. Lei è un’ospite complessa, con un deterioramento cognitivo degenerante e che le causa alterazioni del comportamento con forti agiti aggressivi e violenti. Ha in atto una terapia sedativa abbastanza intensa, che modula l’umore, mantenendola in uno stato di “quiete farmacologica”. A questa signora viene portata la cena a letto di solito, e viene imboccata e con la cena le vengono somministrate delle gocce,cosiddette calmanti. Beh, la prima volta che l’ho seguita, mi sono dimenticata di preparare il bicchierino con le gocce da dare con la cena e per cui mi sono presentata in stanza,quando la signora aveva già finito di cenare. Apriti cielo!l’operatrice incaricata di darle da mangiare, scocciata, mi dice che adesso sono fatti miei se la signora non le prende, che devo organizzarmi meglio, che non ha neanche cenato. Il tutto ad un tono di voce che diciamo, superava di gran lunga il limite che potevano sopportare le mie orecchie dopo sette ore di lavoro frenetico. E in effetti,l’ospite non voleva saperne di prendere la terapia, anzi: mi sputò dietro un po’di saliva come segno del suo rifiuto. Decisi, di rimandare la somministrazione, tranquillizzando l’operatrice che la signora si sarebbe calmata, e finii i miei lavori. Tornai alle otto meno un quarto della sera. O. era molto agitata, non voleva saperne di mandare giù neanche una goccia d’acqua. Mi sedetti di fianco al suo letto e iniziai a parlare. Le chiesi dove abitava, che erano le persone sulle foto sopra il comodino. Le risposte,ovviamente erano sconnesse, ma parlare dei nipotini la tranquillizzò il giusto per appoggiare la testa sul cuscino. Poi provai a convincerla ad assumere la terapia con uno stratagemma, ma furbamente lei mi rispose in maniera così convincente che mi venne quasi da ridere nel vedere quanto debole fosse il mio tentativo. Vi riporto in seguito la conversazione. O- Non le prendo le pastiglie non le voglio. Le sputo nel letto come al solito I-Mi stai dicendo che di solito sputi le pastiglie? Guarda che poi se la prendono con me. O-allora me le tengo in bocca,finché non diventano pezzetti piccoli piccoli e poi le sputo. I-il dottore non sarà contento. O-il dottore può infilarsi ********************(si espresse con una serie di insulti mirati e mi sorrise) Non mi sono offesa, ho capito il peso della terapia per quella donna che ancora qualche momento di lucidità ce l’aveva e si sentiva ferita per una cena data urlando e dando ordini. Rimasi lì altri dieci minuti e la lasciai addormentata tranquilla nel suo letto. Mi dissero poi che era rimasta calma tutta la notte.

Betta

2 commenti to “Cronache marziane: i miei primi mesi come infermiera”

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