Archive for ‘Terra in vista – Betta’

settembre 13, 2011

Adesso basta.


Dopo l’ennesimo sguardo perplesso, mi sento in dovere di scrivere qualche riga a difesa di tutti coloro che fanno Scienze Infermieristiche.
Quante volte alla domanda “Cosa fai all’università?” abbiamo risposto “Infermieristica” e di tutta risposta è arrivato uno sguardo incredulo e la solita affermazione “Serve la laurea per fare l’infermiere?” . Troppe.
Ormai sono diversi anni che l’infermiere diventa tale solo dopo aver conseguito il titolo accademico e tuttavia si fatica a credere che serva davvero frequentare un corso di laurea per poter lavorare.
Dopo che passi quei secondi di immeritato imbarazzo e provi a spiegare cosa fai all’università, la persona che hai davanti se ne va più confusa di prima, borbottando che non serve a niente. Pazienza, pensi tu. Il problema è che il commento proviene da anziano, adulti e giovani. I tuoi coetanei per esempio, magari iscritti ad una facoltà diversa. Anche loro hanno esperienza di università, eppure non si capacitano nel credere che anche tu fai gli esami, e che molto spesso sono più articolati dei loro.

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giugno 28, 2011

Verso l’approdo

Febbrile. Il periodo che mi separa dall’esame di tirocinio lo definirei febbrile. Avete presente quello stato di febbricola che vi logora l’animo e le ossa, perché tutti i movimenti sono fastidiosi, la mente è offuscata e fate fatica a tenere gli occhi aperti? Ecco, così è lo stato psicologico in cui mi trovo in questa settimana. Consapevole di avere la mia terapia a portata di mano, mi lascio trascinare dall’inerzia della sfibrante attesa. Come da prescrizione assumo quotidianamente la mia dose di pagine di Brunner (sacro testo, faro sicuro per gli studenti di infermieristica), le mie gocce di appunti conservati negli anni (e mai gettati, né svenduti), le compresse di dispense di corsi e approfondimenti. Si tratta di consolidare nozioni che già sono state assimilate dalla mia mente e tuttavia non sembrano abbastanza. Soprattutto non sembrano dare l’effetto desiderato: una forte, sicura tranquillità d’animo. È vero che lo stato di allerta aiuta,ma questa non è allerta. È intensa, erosiva attesa. Il confronto con gli altri non allevia questa “sofferenza”: con i compagni il rischio è quello di aumentare i dubbi,le paranoie e la nevrosi collettiva; con i “non addetti ai lavori” passi per uno studente logorroico e isterico (più simile ad uno zombie nell’aspetto); i familiari vedono il decadimento dell’umore e delle prestazioni domestiche. Questo esame è come una porta e non sai se aprirla dolcemente, bussando con garbo (cercando una chiave che ti accorgi di aver lasciato a casa), o spingere con tutte le tue forze irrompendo con la tua personalità e le tue conoscenze: in entrambi i casi potresti incorrere in una catastrofe. Dopo la porta pochi altri gradini per diventare il professionista della salute che tanto desideri, pochi passi per concretizzare tre anni di impegno,lavoro, sacrificio, pochi piccoli sforzi prima dire “è fatta!”. Spunto i giorni dal calendario per vedere più reale l’avvicinarsi della data: non è solo un esame come un altro. È il cuore delle ambizioni di tre anni, è la prova che tutto ciò che hai maturato può essere raccolto. Pensi di impazzire in quest’attesa snervante, pensi che sarebbe più facile mollare tutto e andare altrove, invece c’è qualcosa che ti trattiene, che non ti permette di lasciar perdere, ma anzi ti da quella spinta necessaria per alzare la testa e continuare. Ripensi a tutto quello che hai fatto: le abilità che hai acquisito, le conoscenze che hai appreso, la persona e il lavoratore che stai diventando. Non tutto risplenderà di luce meravigliosa (ognuno ha i suoi coni d’ombra) ma certo potrai fare un’analisi critica di cosa portare dentro di te e dimostrare. L’incontro con i pazienti ti ha arricchito, credo di sì. La relazione con i familiari ti ha fatto capire l’importanza della tua posizione. Gli infermieri che ti hanno “preso in carico” ti hanno sicuramente lasciato un segno, nel bene o nel male. Ci hanno sempre detto che porteremo nel nostro essere infermiere tutte le caratteristiche di quelli che abbiamo avuto come “allenatori”. Le caratteristiche che noi abbiamo scelto di conservare e riproporre secondo la nostra interpretazione. E intanto,in preda a queste riflessioni, continuo febbricitante ad assumere la mia terapia quotidiana.

maggio 9, 2011

Tutto iniziò da una “I”

Ve lo ricordate il test d’ammissione? Passeggiata per chi aveva già solide basi di chimica, fisica e biologia, un incubo per chi, come me arrivava diretta dalle superiori dopo aver fatto 5 anni di percorso un po’ distante da quello che si stava per intraprendere. Nonostante la preparazione estiva (libri di amici, appunti, note su internet, San Wikipedia e volumi di test prefabbricati) il giorno della prova il buio regnava supremo nel mio cervello. Vuoto cosmico, buco nero. O, se preferite immaginare qualcosa di più carino, quelle palle di rovi che rotolano nei deserti del far west (tipica scena da film per indicare desolazione più assoluta).

Seduta su un gradino di una scala del Paolotti, cercavo di assimilare per contatto le nozioni dalle pagine di un libretto dei test, ma non rimanevo ahimè indifferente ai commenti degli altri centinaia di studenti, che come me, aspettavano di entrare. “tento questo solo per non perdere un anno se non passo medicina” “io ho fatto veterinaria ieri, questo è solo un salva anno”. Perfetto, ero l’unica (forse di quella scala) ad aver messo come prima scelta Infermieristica.

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marzo 24, 2011

Terra in vista-presentazioni:Il tirocinante

Il medico ha lo specializzando, l’avvocato  ha l’apprendista, l’imprenditore ha lo stagista e l’infermiere?

L’infermiere ha il tirocinante.  Tutti ne hanno visto sicuramente uno, non è una razza rara,in via d’estinzione. Questo particolare personaggio è l’ombra dell’infermiere stesso.  A volte la sua controfigura ma il più delle volte il suo fedelissimo assistente. Lo avrete sicuramente visto avvicinarsi a voi con un ago in mano pronto per il suo primo prelievo, e voi un po’ intimorirti avete sperato che non fosse davvero il primo. E poi in un battito di palpebre eccolo fatto, voi con un bel batuffolo di cotone sulla piega del gomito e lui con un sorriso soddisfatto sul viso e le provette piene in mano.

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